Appello della Pantera per l’istruzione

FINZIONI, PIL E PANTERE

  Facciamo finta che siamo nel gennaio 1990. In quell’anno l’Italia spende il massimo che sia riuscita ad investire in istruzione (il 10,3% del PIL) negli ultimi decenni.

 Prima riflessione: chi protestò allora era scemo, visto che oggi la percentuale è del 3,5% per la scuola, a fronte del 5,5% di allora. Poi certo non c’era neppure l’euro, nel PIL han messo di tutto, ma trattandosi di calcoli sulla spesa complessiva il dato è inequivocabile: meno risorse. E non diversamente per l’Università e la cultura in genere.

 Tradotto in soldi: tantissimi. E se non fosse chiaro quanti, basterebbe sapere che la Francia adesso investe più o meno 120 miliardi ogni anno, mentre l’Italia si ferma a 65. Quanti ne mancano all’appello? E da ultimo perfino le dimissioni del Ministro di Viale Trastevere, ad ulteriore conferma dell’enormità della questione.

Non è dunque utopia, ma realismo chiedere 30 miliardi in 3 anni per l’istruzione, intesa nel senso più ampio del termine, da destinare al variegatissimo mondo dell’associazionismo culturale, a spazi liberati, librerie, centri aggregativi, scuole, Università, fondazioni. Perché c’è una emergenza culturale, perché non è che un risarcimento e molto parziale per il furto di futuro di questi 30 anni, perché è un atto dovuto subito, verso le nuove generazioni. O se preferite, con le parole di Mattarella, per permettere una grande alleanza della qualità e delle libere intelligenze.

 Seconda riflessione: chi ha tenuto in piedi, in Italia con questi tagli strutturali, i suoi luoghi di formazione e di ricerca – e non diversamente è andata nel mondo del lavoro dove orari e fatica sono aumentati, i salari ed i diritti molto meno –  è scemo più scemo.  

Scemo perché ogni volta che hai provato a dire che non era intelligente disperdere, distruggere, frammentare lo straordinario patrimonio culturale ed umano che ci tiene vivi, il biscione della propaganda ti soffocava. Nel 1990 Berlusconi era solo il Presidente del Milan, per diventare quello di “tutti gli italiani” era presto, ma la rete tentacolare di cui è stato la maschera arrivava già ovunque. Oggi si è data il nome di Bestia e non cambia molto, se non in peggio.

 E più scemo perché poi puoi aver fatto l’autonomo, il figgicciotto, l’aclista, l’associazione, la moltitudine, la tuta bianca, il cane sciolto, il girotondo, il viola, la no-tav, la no-tap, i no-muos, l’onda, l’acqua pubblica, non una di meno, la professoressa modello, ribelle, geniale, lo studente scomodo, scettico, impegnato sempre ti hanno sconfitto o dichiarato tale, al punto che con le sardine, neanche sono nate e già in scatola le vorrebbero.

 Per capire l’origine di questa narrazione falsa, aiuta ugualmente rimettere gli orologi indietro, tornare sempre al gennaio del 1990, quando ti stai ancora togliendo la polvere del muro di Berlino di dosso e stai per vedere ammainare la bandiera rossa a Mosca. La partita l’avevano chiusa allora. O così dicevano in coro o quasi, da Fukuyama con il suo citatissimo libro “La Fine della Storia e l’ultimo uomo” ai Tg. La povertà, l’ingiustizia, le diseguaglianze non ci sarebbero più stati, ti saresti curato nella clinica privata di New York come nell’ospedale che non c’è in uno dei tanti sud del mondo, tutto sarebbe filato via benissimo.

Non è andata proprio così: i muri sono aumentati e confini e mari sono diventati cimiteri. E se non bastasse in Siberia, Amazzonia ed  Australia, in meno di un anno, qualora il riscaldamento globale fosse troppo lento, accendono fuoco su fuoco. E malgrado Greta e Gretini, malgrado le manifestazioni, i Friday for future, la straordinaria presa di parola collettiva di una generazione. E poi pure gli osanna alla guerra, come nel gennaio del 1991, nel primo conflitto post-muro. Come a Genova simbolicamente contro l’umanità, come l’11 settembre, come in tanti luoghi, con tanto di discesa in campo di dio, a renderla, al bisogno, di religione e civiltà. Quali, però, non si sa.

Perché sempre qui stiamo, sempre ad un passo da punti di non ritorno.

 Ed allora proviamo a darci il coraggio che sembra mancare, per trovare la strada giusta,perché “divisi siamo niente, uniti siamo tutto”. Come si dice in questi giorni già in una decina di Università in agitazione.

E quale obiettivo più semplice che pretendere il giusto. E tanto più da uno stato che per una banca, una tangente – è in quegli anni che si è gonfiato a dismisura il nostro scandaloso debito  –  un F35 che vola male,  tanti problemi non se li è fatti mai.

 Al contrario, chi trent’anni fa alzò la voce perché voleva studiare, capire e farlo liberamente, senza dover dipendere dagli interessi e dal buon cuore dei privati, di domande ha continuato a farsene e nel paese dei gattopardi una qualche coerenza non l’ha persa mai. E la Pantera, oggi, è potenzialmente dappertutto, perfino in luoghi dove sarebbe stato impensabile arrivasse, ma è come se non ci fosse mai stata, mentre per tre mesi se ne era andata ovunque, con sempre più cuccioli con sé, con una partecipazione capillare e consapevole che all’Università non ha avuto eguali né prima, né dopo.

Ma perché poi chiedere almeno 10 miliardi per 3 anni. E la Sanità ? E la Giustizia?  

Perché solo un popolo colto sa dove andare, perché i soldi per la conoscenza hanno un elevato effetto moltiplicatore per l’intera società e perché le risorse non saranno infinite, ma ci sono, se non si ragiona condizionati da lobby o da conflitti di interesse.

 E poi pare proprio il minimo che non crollino controsoffitti, case dello studente, ponti e viadotti, che studiare torni ad essere il sale della vita, che andare all’estero sia scelta e non obbligo, che la formazione permanente non sia uno slogan indecente per dirti che non arriverai mai, che associare migrante con arricchente e diversità con libertà, da giochi di parole diventino percorsi. C’è posto per tutte e tutti. Ma tutti tutti, visto che a parole non ce ne è una, neppure tra queste forze politiche e sindacali che non si direbbe d’accordo.

Il 17 proveremo ad iniziare a ricostruire cosa successe nel 1990, alla facoltà di Lettere, il 18 andremo alla città dell’altra economia, all’ex-mattatoio per una giornata di incontri discussioni, eventi, musiche e danze.

E sarà una prima occasione libera e aperta per provare a costruirla insieme una manifestazione così. Una manifestazione che abbia come stelle polari la Pace e l’Ambiente ed il Sapere come via e 30 miliardi come carburante.

Allora nel gennaio del 1991, più o meno gli stessi, ci opponemmo al primo conflitto del golfo, facemmo della Costituzione e del ripudio della guerra la nostra bandiera. Oggi siamo forse alla vigilia della terza, sempre lì. Ur fascismo ci sussurrerebbe Eco. E’ a pezzi, ammonisce papa Francesco. E’ mondiale, gridano in tanti, quando solo dirlo dovrebbe dare i brividi. Ma così va e senza nessun Einstein pronto a replicare che se non è dato sapere chi la vincerà, è invece certo che la quarta con i sassi sarà. Sempre che sia rimasto qualcosa.

Meglio, molto meglio immaginarci a manifestare, parlare, discutere, litigare, proporre. A titolo personale, collettivamente, creativamente, come ci pare, ma vivi. E poi di piazze politiche l’Italia ne ha inventate infinite che quasi basterebbe solo coordinarle, perché la lotta torni a produrre cambiamento anche da noi. E mai come in questa particolarissima congiuntura è urgente e possibile. La Pantera apparve a Palermo, fece lì i suoi primi cento e più passi. Le sue orme, oltre antiche e nuove appartenenze, una strada la indicano, un pas-saggio lo evocano ed un P.A.S. fatto di Pace Ambiente Sapere, per battere il tempo e andarsene ovunque, lo disegnano…  Ci proviamo?

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